Amleto, atto III, scena IV

Guardate questo ritratto, e quest’altro:
sono le immagini di due fratelli.
Osservate la grazia ch’era assisa
su questo volto: ricci d’Iperone,
fronte degna di Giove, occhio di Marte
sempre pronto alla sfida ed al comando;
atteggiamento di Mercurio Araldo
nell’atto in cui si posa sopra un colle
che bacia il cielo: un’armonia di forme
nella quale sembrava che ogni dio
avesse impresso il suo proprio suggello
per dare al mondo la perfetta immagine
d’un uomo. Questo era il vostro sposo.
Attenta adesso a quel che viene dopo.
Questo è vostro marito:
una spiga infettata dalla ruggine,
ch’ha infettato e corrotto il seme sano
di suo fratello… Ma gli occhi, li avete?
Come avete potuto abbandonare
i pascoli di questo monte aprico
per grufolare in questo immondezzaio?
Avete occhi, dico?… Non mi dite,
per carità, che è stato per amore!
All’età vostra ogni bollor di sangue
s’addolcisce e s’accorda alla ragione;
ma qual ragione potrebbe decidere
di passare così, da questo a quello?
Discernimento, certo, voi ne avete,
ché non potreste avere volontà,
ma questo senso è in voi paralizzato
sicuramente, perché la follia
non peccherebbe; né il discernimento
fu mai tanto asservito al vaneggiare
da non sapere conservare in sé
un minimo di facoltà di scelta
di fronte ad un sì chiaro paragone.
Qual è stato il demonio
che v’ha presa così a mosca cieca?
Occhi che fossero privi del tatto,
tatto che fosse privo della vista,
orecchi senza mani e senza occhi;
odorato da solo, senza gli altri,
o anche solo una parte malata
d’un solo senso, non avrebbe agito
in un modo così sconsiderato.
O Vergogna, dov’è il tuo rossore!
Dannata ribellione della carne,
che puoi ancor destare la tua vampa
nel cuore d’una femmina matura!
Allora per l’ardente giovinezza
sia cera la virtù, e si liquefaccia
con l’ardore della sua stessa fiamma!
Né si gridi vergogna
se un impulsivo ardore ci assalisca,
ché pure il ghiaccio si fa fuoco vivo
se alla voglia è mezzana la ragione.

La vera data del Natale

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Vi siete sorbiti anche quest’anno le scempiaggini su Mitra e il culto solare a proposito del Natale? Gioite perché è l’ultima volta. Dall’anno prossimo potrete sfoggiare una serie di informazioni che stenderanno gli avversari e li ammutoliranno. La vera data del Natale non va cercata nel mondo pagano, ma in quello ebraico. Un indizio ce lo dà Gesù stesso nel Vangelo quando dice: Io sono la luce del mondo (Gv 8,12). Qual è la festa delle luci per gli ebrei? Hannukka. Ora vi chiedete: e Gesù dovrebbe essere nato durante la festa ebraica delle luci solo per rimarcare un significato simbolico? Considerato che è morto durante la Pasqua ebraica perché è lui il vero agnello sacrificale il cui sangue ci protegge dalla morte… Continua a leggere

Natale 2015

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Ecco il post di Natale. Non vi azzardate a dire che Natale è passato perché dimostrereste solo la vostra ignoranza. L’ho preso dal blog di Raffaella che vi consiglio di seguire. Buon, anzi, Santo Natale a tutti.

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Nel Vangelo della terza messa di Natale che abbiamo or ora ascoltato, quello che di amabile  e di familiare si trova nella nascita di Gesù Cristo nella stalla di Betlemme sembra essersi allontanato nell’ignota dimensione del mistero.
In questo Vangelo non si parla del bambino e della madre, dei pastori, delle loro pecore e del canto degli angeli che annuncia agli uomini la pace grazie alla gloria di Dio. Tuttavia esso ha delle cose in comune con gli altri vangeli: anche quello di oggi parla della luce che risplende nelle tenebre.
Parla del gloria di Dio che possiamo vedere come grazia nel Verbo che si è fatto carne, e parla del Signore che non è stato accolto nella sua proprietà. Tra quelle espressioni grandi e misteriose compare a un tratto la stalla nella quale dovette nascere il figlio di Davide, poiché nella sua città non c’era posto per lui. 
Così un ascolto più attento può farci ben comprendere che il Vangelo di oggi dice le stesse cose dette da quello della Notte Santa e che tutti i vangeli annunciano soltanto un unico Vangelo. Solo che affrontano la questione da punti di vista differenti.
Luca – così come Matteo – narra la storia terrena e a partire da essa apre la via che porta all’agire misterioso di Dio.
Giovanni, l’Aquila, vede tutta la vicenda a partire dal mistero di Dio e dimostra come questo mistero arrivi fino alla stalla, fino alla carne e al sangue dell’uomo.
Di che cosa dunque si tratta in realtà? Che cosa vuol dirci di importante la Chiesa per il giorno di Natale, e a partire da esso per tutto l’anno, anzi per la nostra vita, quando ci presenta questo testo solenne e severo, mentre noi ci saremmo aspettati le parole appassionate della storia della nascita?
Questo Vangelo fa parte fin dai tempi più antichi della liturgia natalizia, perché contiene la frase che costituisce il fondamento della nostra gioia, l’autentico significato della festa: ” Il Verbo si è fatto carne e ha preso dimora  fra noi”.
A Natale non celebriamo il giorno della nascita di un personaggio importante come ce ne sono molti. E neppure celebriamo semplicemente il mistero dell’essere bambini. Certo, quello che in un bambino c’è di fresco, puro e schietto ci lascia sperare. Ci dà il coraggio di fare affidamento su nuove possibilità dell’uomo. 
Ma se ci aggrappiamo troppo soltanto a questo, al nuovo inizio della vita nel bambino, alla fine potrebbe restarci in mano nient’altro che tristezza: anche questa novità verrà logorata. Anche il bambino entrerà nella competizione della vita, avrà parte nei compromessi e nelle umiliazioni che quella competizione impone e alla fine diventerà preda della morte come tutti noi. Se non avessimo da celebrare altro che il semplice idillio della nascita e dell’essere bambini, alla fine non ci rimarrà più nemmeno quell’idillio. Non ci resterà altro che l’eterno morire e divenire, e ci si potrebbe chiedere se lo stesso nascere non sia di per  sé qualcosa di triste, visto che porta soltanto alla morte.
Per questo è tanto importante che con il Natale sia avvenuto qualcosa di più: il Verbo si è fatto carne. “Questo bambino è figlio di Dio”, dice uno dei nostri più bei canti natalizi. 
Ciò che è inaudito, ciò che è impensabile e tuttavia sempre atteso, ciò che anzi è necessario è accaduto: Dio è venuto fra noi. Si è unito all’uomo in maniera così inseparabile da far sì che quest’uomo sia veramente Dio da Dio, luce da luce, vero uomo. Il significato eterno del mondo è giunto a noi in maniera così autentica che lo possiamo toccare e osservare.
Perché ciò che Giovanni chiama “il Verbo” in greco significa anche “il senso”. Quindi potremmo, senz’altro tradurre l’espressione di Giovanni dicendo: “Il senso si è fatto carne”. Ma questo senso non è semplicemente un’idea generica che si introduce nel mondo. Il senso è rivolto a noi. Il senso è una parola, un appello destinato a noi. Il senso ci conosce, ci chiama, ci guida. Il senso non è una legge vaga nella quale noi abbiamo una parte purchessia. È riservato a ciascuno in modo del tutto personale. È esso stesso persona: il figlio del Dio vivente nato nella stalla di Betlemme. 
A molti, in qualche modo a noi tutti, queste cose sembrano troppo belle  per essere vere. Qui ci viene detto: si, c’è un senso.
E il senso non è un ribellarsi impotente a ciò che è insensato. Il senso ha una sua forza. Esso è Dio. E Dio è buono. Dio non è un qualunque essere supremo, lontano da noi, che non riusciamo mai ad avvicinare. È vicinissimo, a portata di voce, sempre raggiungibile. 
Ha tempo per me, tanto tempo da essersi coricato nella mangiatoia e da essere rimasto per sempre uomo. Noi continuiamo a chiederci: è possibile una cosa del genere? È possibile che Dio sia un bambino? Non vogliamo credere che la verità è bella. In base alla nostra esperienza alla fine la verità il più delle volte è crudele e sporca. E quando per una volta non sembra essere così, allora ci mettiamo a scavare fino a che non vediamo confermati i nostri sospetti. Una volta è stato detto dell’arte che è al servizio del bello, e che il bello a sua volta è  splendor veritatis, splendore di verità , la sua luce interiore. Ma oggi l’arte il più delle volte ritiene che il suo compito più alto sia quello di smascherare l’uomo come essere immondo e disgustoso.
Se pensiamo ai drammi di Bertolt Brecht, ci accorgiamo che anche in essi tutto il genio del poeta è teso a svelare la verità, ma non più per mostrarne la luce, bensì per dimostrare che la verità è sporca, che la sporcizia è la verità. L’incontro con la verità non nobilita più, anzi degrada. Da ciò il dileggio sul Natale, la derisione della nostra gioia. E in effetti, se Dio non esiste, non c’è alcuna luce, c’è solo terra sporca. In questo consiste la verità davvero tragica di una simile “poesia”.
“I suoi non lo accolsero”: in fondo preferiamo la nostra caparbia disperazione alla bontà di Dio, che fin dai tempi di Betlemme vorrebbe toccare il nostro cuore. In fondo siamo troppo orgogliosi per lasciarci salvare.
“I suoi non lo accolsero”: la tragedia rappresentata da questa frase non si esaurisce nella storia della ricerca di un ricovero, che le nostre recite natalizie continuano a richiamare alla memoria con tanta tenerezza. E neppure si esaurisce nell’appello a pensare ai senzatetto che ci sono nel mondo e qui a Monaco, per quanto importante questo richiamo possa essere. Ma questa frase tocca qualcosa di più profondo che c’è in noi, la ragione più vera per cui la terra non offre rifugio a tanta gente: la nostra superbia chiude le porte a Dio e quindi anche agli uomini.
Siamo troppo superbi per vedere Dio. Ci succede la stessa cosa che è successa a Erode e ai suoi esperti in teologia: a quel livello non si sentono più cantare gli angeli. A quel livello ci si sente solo più minacciati o annoiati da Dio. A quel livello non si vuole più essere “la sua proprietà”, la proprietà di Dio, ma si vuole appartenere esclusivamente a se stessi. È per questo che non possiamo accogliere colui che viene nella sua proprietà; per farlo dovremmo cambiare, dovremmo riconoscerlo come padrone. 
Egli è venuto come un bambino per vincere la nostra superbia. Forse ci saremmo arresi più facilmente di fronte alla potenza, di fronte alla saggezza. Ma egli non vuole la nostra resa, vuole il nostro amore. Vuole liberarci dalla nostra superbia e renderci così veramente liberi. Lasciamo dunque che la gioia di questo giorno pervada la nostra anima. Non è un’illusione. È la verità.
Perché la verità – la più alta, la più autentica – è bella. Ed è buona. Incontrarla fa bene agli uomini. La verità parla con le parole del bambino che è il figlio di Dio. 
L’ultima frase del nostro Vangelo dice: “Abbiamo visto la sua gloria”. Potrebbero essere le parole dei pastori che tornano a casa dalla stalla e riassumono quello che hanno vissuto. Potrebbero essere le parole con cui Maria e Giuseppe descrivono ciò che ricordano della notte di Betlemme. Nel nostro testo è lo sguardo retrospettivo dell’apostolo che dice quello che gli è successo nell’incontro con Gesù. E in effetti noi tutti in quanto cristiani dovremmo poter pronunciare quella frase: “Abbiamo visto la sua gloria”.
Si, partendo da questo, si potrebbe addirittura spiegare che cosa significhi credere di vedere la sua gloria in questo mondo. Colui che crede vede. Ma noi abbiamo visto? Non siamo forse rimasti ciechi? Non vediamo sempre soltanto noi stessi, la nostra immagine speculare? Al di fuori di sé,  ognuno di noi non vede soltanto ciò che in lui esiste già, qualcosa di conforme a sé. 
Lasciamoci aprire gli occhi dal mistero di questo giorno, lasciamo che esso ci renda capaci di vedere. Allora vivremo anche noi come persone che vedono. Come persone che non pensano soltanto a se stesse, che non conoscono soltanto se stesse.
La colletta organizzata nell’Adveniat potrebbe essere una piccola risposta all’appello del Natale. Un segno che dimostra che abbiamo imparato ad ascoltare e vedere, che riconosciamo che Dio è il vero padrone anche della nostra proprietà. Così anche noi potremo diventare portatori della luce che viene da Betlemme, per poi pregare pieni di fiducia: Adveniat regnum tuum. Venga il tuo regno. Venga la tua luce. Venga la tua gloria.
Amen.

Omelia per il Natale del 1977

Da Joseph Ratzinger, “Sul Natale”, Lindau 2005

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Discorsi che non lo erano

“Non è da tutti riuscire a disseminare in una pagina congiunzioni comiche e particelle ridicole” G. K. Chesterton

In un gruppo su Whatsup al quale sono stata iscritta mio malgrado qualcuno ha postato un lungo discorso che comincia così

Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticate che la tua vita è la più grande azienda al mondo.
Solo tu puoi impedirle che vada in declino.

e prosegue poi con un conglomerato di insulsaggini posticce in cui non si nomina mai Dio, Gesù o la Chiesa, che vi risparmio. Tale discorso viene attribuito a Papa Francesco e per rendere più plausibile tale attribuzione si menziona anche il fatto che sarebbe stato pronunciato a Filadelfia per l’incontro mondiale delle famiglie o durante il Sinodo della Famiglia. Per non apparire presuntuosa, ovvero presumere qualcosa senza conoscere i fatti, sono andata sul sito del Vaticano e ho controllato: nei discorsi per il sinodo 2014 niente, nei discorsi per il sinodo 2015 niente, nei discorsi a Filadelfia per l’incontro mondiale delle famiglie niente.

Ora, già il Papa viene messo in croce per cose che dice veramente, evitiamo di attribuirgli anche parole che mai ha detto.

Se poi qualcuno trova la fonte ufficiale e mi dimostra che il Papa ha veramente detto quelle cose mi arrenderò all’evidenza.

UPDATE

Il giorno dopo aver scritto questo arriva un tweet di Antonio Socci, che butta là (si legge dal basso in alto): Schermata 2016-01-03 alle 09.42.59

dopo quel primo tweet a cui rispondo subito lanciando invettive contro quel testo ed esponendo i risultati della mia ricerca, risponde un ragazzo con il link dove la bufala viene dimostrata e quindi Socci lo twitta (il primo tweet in alto. Nel frattempo la discussione su twitter è stata molto intensa e le conclusioni sono state:

  • un discorso banale
  • meno male che non è del Papa
  • il fatto che tanti ci siano cascati, soprattutto tanti cattolici, è un segno preoccupante.

Da dove venite? Dalla Cornovaglia!

E finalmente il viaggio in Cornovaglia è stato fatto, con un mix di cose andate molto male e di cose andate molto bene. Il 3 novembre abbiamo preso il volo delle 13 [senza sapere che fine avesse fatto la nostra valigia che avevamo incautamente lasciato all’aeroporto dicendoci “è inutile aspettare che chiudano il volo fra un’ora e mezza e sblocchino la valigia solo per farle fare avanti e indietro, è pesantissima, lasciamola qui con la denuncia e domani mattina la riprendiamo”. L’avessimo mai fatto. Quella valigia è risultata dispersa, poi è stata ritrovata, è partita col volo successivo, è arrivata a Londra dove si è ripersa. Ritrovata, è stata affidata ad un corriere per portarcela in Cornovaglia dove è arrivata il lunedì successivo alla nostra ripartenza, per cui è stata riaffidata al corriere che l’ha riportata a Londra, l’ha ridata alla compagnia aerea che l’ha riportata in Italia e tramite corriere ce l’ha riportata a casa, il venerdì successivo al nostro ritorno a casa. La valigia era intonsa e tutto il contenuto era in perfetto stato.]  e Federico con un coraggio indomito degno della miglior causa ha guidato per cinque ore nel senso contrario a cui siamo abituati, di notte (ha fatto buio poco dopo che siamo partiti ovviamente), con me che gli dicevo “attento, attento” ogni due secondi, pur di recuperare almeno una parte del tempo perso.

Siamo stati in un albergo molto bello, ospitati in un lodge comodissimo, abbiamo visto Land’s End, la punta estrema della Cornovaglia e dell’Inghilterra tutta (molto suggestivo), poi Mount Saint Michael (il Mont Saint Michel inglese) ma solo da terra perché causa pioggia i collegamenti erano interrotti e Tintagel, la rocca dove è nato re Artù (vabbè, no, però è bello immaginarla così).

Tutto questo immaginatevelo con due figli piccoli al seguito.

Ce la siamo cavata, abbastanza bene direi. Bene. Bravi. Bis.