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Uno dei discorsi di Martin Luther King che preferisco.

Vedo davanti a me la Terra Promessa

“La convinzione che Dio farà qualunque cosa per gli uomini è insostenibile come la convinzione che l’uomo possa fare qualunque cosa per se stesso. Anche questa si basa su una mancanza di fede. Dobbiamo imparare che aspettarci che Dio faccia qualunque cosa, mentre noi non facciamo nulla, non è fede ma superstizione”.

Grazie molte, amici miei. Ascoltando Ralph Abernathy nella sua eloquente e generosa introduzione e pensando tra me e me, mi chiedevo di chi stesse parlando. E’ sempre bello che il tuo amico più intimo e tuo collega dica qualcosa di buono di te. E Ralph è il migliore amico che io abbia al mondo. Sono felice di vedere ognuno di voi questa sera nonostante minacci un temporale. Questo dimostra che intendete andare avanti comunque. A Memphis sta succedendo qualcosa; nel mondo sta succedendo qualcosa.
Dovete sapere che se mi trovassi all’inizio del tempo, con la possibilità di avere una visione generale e panoramica dell’intera storia umana, e l’onnipotente mi dicesse: «M. L. King, in che epoca vorresti vivere?», io incomincerei col pensiero un viaggio attraverso l’Egitto, o piuttosto il Mar Rosso, attraverso il deserto fino alla Terra Promessa. Ma nonostante il suo splendore non mi ci fermerei. Mi dirigerei verso la Grecia, e porterei il mio pensiero al Monte Olimpo. E vedrei Platone, Aristotele, Socrate, Euripide e Aristofane riuniti attorno al Partenone a discutere delle grandi ed eterne questioni della realtà.
Ma non mi ci fermerei. Procederei, fino al momento più alto dell’Impero Romano. E vedrei lo svolgersi degli eventi, sotto vari imperatori e condottieri. Ma non mi ci fermerei. Procederei verso gli anni del Rinascimento e darei un rapido sguardo a tutto ciò che il Rinascimento ha fatto per la vita culturale ed estetica dell’uomo. Ma non mi ci fermerei. E proseguirei verso il luogo in cui viveva l’uomo di cui porto il nome. E vedrei Martin Lutero che affigge le sue novantacinque tesi alla porta della Chiesa a Wittenberg.
Ma non mi ci fermerei. Proseguirei fino al 1863 per vedere un esitante presidente che risponde al nome di Abraham Lincoln giungere finalmente alla decisione di firmare il Proclama sull’Emancipazione. Ma non mi ci fermerei, e procederei fino ai primi anni Trenta di questo secolo, per vedere un uomo alle prese con il problema della bancarotta del suo paese. E griderei con forza che non abbiamo nulla di cui avere paura, se non della paura stessa.
Ma non mi ci fermerei. Cosa strana, mi volgerei verso l’Onnipotente e direi: «Se mi permetterai di vivere solo pochi anni nella seconda metà del XX secolo, io sarò felice». Ora questa è una ben strana richiesta, perché il mondo è in un grande caos. Il paese è malato. Il problema è nella nazione stessa. C’è confusione ovunque. E’ una ben strana richiesta. Ma io so, in qualche modo, che si possono vedere le stelle solo quando è abbastanza buio. E vedo Dio operare in questo periodo del XX secolo nel modo in cui gli uomini, in maniera inconsueta, stanno rispondendo. Nel nostro mondo sta accadendo qualcosa. Le masse si stanno levando. E dovunque oggi si radunino, a Johannesburg, in Sud Africa; a Nairobi, nel Kenya; ad Accra, nel Ghana; a New York; ad Atlanta, nella Georgia; a Jackson, nel Mississippi; o a Memphis, nel Tennessee, il grido è sempre lo stesso: «Vogliamo essere liberi».
E un’altra ragione per la quale sono felice di vivere in questo periodo è che ci troviamo a dover affrontare i problemi che gli uomini hanno cercato di affrontare per tutta la loro storia ma non sono mai stati costretti a farlo. E’ l’esigenza di sopravvivere che ci costringe ad affrontarli. Gli uomini, da anni, parlano di guerra e di pace. Ma ora, non possono più solo parlarne. In questo momento non si sceglie più tra violenza e non violenza; ma tra non violenza e non esistenza.
Questo è il punto in cui ci troviamo oggi. E anche nella rivoluzione per i diritti umani, se non viene fatto qualcosa, e bisogna farlo in fretta, per portare la gente di colore di tutto il mondo fuori dai loro lunghi anni di povertà, dai loro lunghi anni di offesa e di sfruttamento, il mondo intero è condannato. Ed è per questo che sono felice che Dio mi abbia permesso di vivere in questa epoca, di vedere ciò che mi si sta mostrando. E sono felice che mi abbia permesso di essere qui a Memphis.
Ricordo, ricordo quando i negri gironzolavano, come ci ha detto Ralph, ed erano sempre lì a grattarsi dove non gli prudeva, e a ridere anche se non veniva fatto loro il solletico. Ma quei giorni sono finiti. Ora parliamo di cose serie, e siamo decisi ad ottenere il posto che ci spetta nel mondo di Dio.
E’ di questo che si tratta. Non stiamo protestando contro qualcosa o qualcuno. Noi diciamo che siamo decisi ad essere gli uomini che siamo. Siamo decisi ad essere persone.
Stiamo dicendo che anche noi siamo figli di Dio. E che non dobbiamo vivere in questo modo in cui ci si costringe a vivere.
Ora, che cosa significa tutto questo, in questo grande periodo della storia? Significa che dobbiamo restare insieme. Dobbiamo restare insieme e restare uniti. Bisogna sapere che ogni volta che il Faraone intendeva prolungare il periodo della schiavitù in Egitto, aveva una sua formula prediletta. Qual era questa formula? Faceva combattere fra di loro gli schiavi. Ma ogni volta che gli schiavi si uniscono accade qualcosa alla corte del Faraone, ed egli non riesce più a tenere gli schiavi in schiavitù. Quando gli schiavi si uniscono, allora incominciano a liberarsi dalla schiavitù. Perciò restiamo uniti.
In secondo luogo affrontiamo i problemi là dove sono. Il problema è l’ingiustizia. Il problema è il rifiuto della città di Memphis di trattare con giustizia ed onestà i suoi lavoratori della nettezza urbana. Ora, dobbiamo qui fermare la nostra attenzione. E’ sempre questo il problema quando c’è anche solo un po’ di violenza. Sapete quel che è accaduto l’altro giorno; e la stampa ha solo parlato delle vetrine rotte. Ho letto gli articoli. Assai di rado hanno detto che mille e trecento lavoratori erano in sciopero, e che la amministrazione della città li tratta iniquamente e che il sindaco Loeb avrebbe bisogno di farsi vedere da un dottore. Di questo non hanno parlato.
Ora, noi scenderemo di nuovo per le strade, lo dobbiamo fare, per ridare alla questione la sua giusta prospettiva. E obbligare tutti a rendersi conto che qui ci sono milletrecento figli di Dio che soffrono, che a volte hanno fame, che attraversano notti buie e terribili chiedendosi come tutto questo si risolverà. Ecco. Dobbiamo dire al paese: sappiamo come si risolverà. Perché quando la gente lotta per quello che è giusto ed è disposta a sacrificarsi per la giustizia, non c’è modo di impedire la vittoria.
Non permetteremo in alcun modo ai manganelli di fermarci. In questo nostro movimento non violento siamo dei maestri nel disarmare la polizia. I poliziotti non sanno che cosa fare. L’ho visto spesso. Ricordo a Birmingham, in Alabama, quand’eravamo impegnati in quella maestosa battaglia, uscivamo giorno dopo giorno dalla chiesa battista della 16esima strada, uscivamo a centinaia. E Bull Connor diceva ai poliziotti di sguinzagliare i cani e i cani venivano sguinzagliati; ma noi semplicemente affrontavamo i cani cantando: «Non permetterò a nessuno di farmi tornare indietro». E poi Bull Connor diceva: «Aprite gli idranti». E, come vi dicevo l’altra sera, Bull Connor non conosceva la storia. Lui conosceva una certa fisica che, chissà come, non aveva alcun rapporto con la transfisica che noi conoscevamo bene. In noi c’era un certo fuoco che nessuna acqua sarebbe riuscita a spegnere. E affrontavamo gli idranti; e conoscevamo l’acqua. Se eravamo battisti o di altre confessioni, vi eravamo stati immersi. Se eravamo metodisti o altro, ne eravamo stati spruzzati, ma l’acqua la conoscevamo bene.
Non ci poteva fermare. E affrontavamo i cani e li guardavamo; e affrontavamo gli idranti, e li guardavamo, e continuavamo semplicemente a cantare: «Sopra il mio capo vedo nell’aria la libertà». E allora ci gettavano nei cellulari, e a volte vi eravamo ammassati come sardine in scatola. E ci gettavano dentro i cellulari e il vecchio Bull diceva: «Portateli via», e ci portavano via; e noi entravamo semplicemente nei cellulari cantando: “We shall overcome”, vinceremo. E ogni tanto andavamo in prigione, e vedevamo i carcerieri che ci guardavano e che si commuovevano alle nostre preghiere, e che si commuovevano alle nostre parole e ai nostri canti. E c’era allora una forza contro la quale Bull Connor non riusciva a reagire e fu così che finimmo per trasformare Bull, il toro, in un manzo, e vincemmo così la battaglia di Birmingham.
Ed ora dovremo procedere allo stesso modo anche a Memphis. Chiedo a voi di essere con noi lunedì. Ed ora la questione delle ingiunzioni: abbiamo ricevuto un’ingiunzione e domattina andremo in tribunale per combattere contro questa ingiunzione illegale e incostituzionale; tutto quello che diciamo all’America è: «Rispettate quello che sta scritto». Se fossimo in Cina o perfino in Russia, o in qualche altro paese totalitario, forse capirei se venissero negati certi privilegi basilari garantiti dal Primo Emendamento, perché in quei paesi non hanno assunto questi obblighi. Però io ho letto da qualche parte del diritto di assemblea. Ho letto da qualche parte della libertà di parola. Ho letto da qualche parte della libertà di stampa. Ho letto da qualche parte che la grandezza dell’America sta nel diritto di chiedere giustizia. E quindi, proprio come ho detto, non permetteremo ad alcuna ingiunzione di farci cambiare strada. Noi proseguiremo.
Abbiamo bisogno di tutti voi. E dovete sapere che è bellissimo per me vedere tutti questi ministri del Vangelo. E’ un’immagine meravigliosa. Chi meglio di un predicatore potrebbe esprimere i desideri e le aspirazioni della gente? Il predicatore deve per così dire essere come Amos e proclamare: «Che la giustizia scorra come l’acqua e il diritto come un fiume possente». Il predicatore deve dire con Gesù: «Lo spirito del Signore è su di me, perché mi ha consacrato ad occuparmi dei problemi dei poveri».
E io voglio dire parole di lode per i predicatori, a partire da questi nobili spiriti: James Lawson, che lotta da molti anni; per questa lotta è stato in prigione, ma persiste per i diritti dei suoi. Il reverendo Ralph Jackson, Billy Kiles; potrei continuare con questa lista, ma il tempo non me lo permette. Ma li voglio ringraziare tutti. E voglio che voi li ringraziate, perché spesso i predicatori non pensano altro che a se stessi. E mi rallegra sempre vedere dei preti che fanno il loro dovere.
Va benissimo parlare di «lunghe tuniche bianche laggiù» in tutto il suo simbolismo. Ma la gente in fondo vuole vestiti e abiti e scarpe che si possano portare qui. Va benissimo parlare di «strade in cui scorrono latte e miele»; Dio però ci ha comandato di preoccuparci dei derelitti che abbiamo con noi, dei suoi figli che non possono fare tre pasti al giorno. Va benissimo parlare della nuova Gerusalemme, ma un giorno il predicatore del Signore dovrà ben parlare della nuova New York, della nuova Atlanta, della nuova Philadelphia, della nuova Los Angeles, della nuova Memphis. E’ questo che dobbiamo fare.
Ora, l’altra cosa che dobbiamo fare è questa: legare sempre la nostra azione diretta pubblica alla forza del boicottaggio economico. Ora noi, individualmente, siamo poveri, siamo poveri se ci paragoniamo alla società bianca d’America. Siamo poveri. Ma non dimenticatevi che collettivamente, vale a dire tutti insieme, collettivamente, siamo più ricchi di tutte le nazioni del mondo, ad eccezione di nove. Ci avevate mai pensato? Dopo che avete tolto gli Stati Uniti, le Repubbliche Sovietiche, la Gran Bretagna, la Germania Occidentale, la Francia, e potrei nominare gli altri paesi, i negri collettivamente sono più ricchi della maggior parte delle nazioni del mondo. Abbiamo un reddito annuale di oltre 30 miliardi di dollari, che è maggiore di tutte le esportazioni degli Stati Uniti, ed è maggiore del bilancio nazionale canadese. Lo sapevate? Ecco questo è potere, se lo sapete mettere insieme.
Non dobbiamo discutere con nessuno. Non dobbiamo imprecare e girare per le strade insultando la gente. Non abbiamo bisogno di mattoni e bombe, non abbiamo bisogno di bombe Molotov, dobbiamo solo andare in questi negozi e da queste grandi industrie del nostro paese, e dire: «Dio ci ha mandati qui per dirvi che non state trattando correttamente i suoi figli. E noi siamo venuti qui per chiedervi che il primo punto all’ordine del giorno sia che trattiate onestamente i figli di Dio. Ora, se non siete pronti a questo anche noi abbiamo un ordine del giorno da seguire. E il nostro ordine del giorno dice di boicottarvi economicamente».
E quindi vi chiediamo questa sera di uscire di qui e di dire ai vostri vicini di non comprare Coca-Cola a Memphis. Andate e dite loro di non comprare il latte Sealtest. Dite loro di non comprare – come si chiama quel tipo di pane… – il Wonder Bread. E qual è quell’altro panificio, Jesse? Dite loro di non comprare il pane di Hart. Come diceva Jesse Jackson poco fa, solo gli spazzini finora hanno sofferto, ora dobbiamo ridistribuire la sofferenza. Abbiamo scelto queste aziende perché non sono state oneste nell’assunzione del personale e le abbiamo scelte perché possano dire che daranno il loro contributo per i bisogni e i diritti di questi lavoratori che sono in sciopero. E che possano andare a dire al sindaco Loeb di fare ciò che è giusto.
E non solo questo; dobbiamo rafforzare le istituzioni dei negri. Vi chiedo di prelevare il vostro denaro dalle banche della città e di depositarlo alla Tri-State Bank. Vogliamo una protesta contro le banche di Memphis. Perciò andate alla Cassa di Risparmio e Prestito. Non vi sto chiedendo di fare cose che non facciamo noi stessi della Southern Christian Leadership Conference. Il giudice Hooks ed altri vi diranno che abbiamo un conto nella Cassa di Risparmio e Prestito, noi della Southern Christian Leadership Conference. Vi chiediamo solo di fare quello che noi facciamo. Metteteci anche il vostro denaro. A Memphis avete sei o sette compagnie di assicurazione negre. Portateci la vostra assicurazione. Vogliamo una protesta anche contro le società di assicurazione.
Ora, queste sono alcune delle cose pratiche che possiamo fare. Vogliamo incominciare a creare una base economica più grande. E allo stesso tempo toccare i punti dolenti. Vi chiedo di seguire questi consigli.
Ora, mentre mi avvio alla conclusione, permettetemi di dire che dobbiamo impegnarci in questa lotta fino alla fine. Niente sarebbe più tragico che fermarsi a questo punto qui a Memphis. Dobbiamo vedere oltre. E quando scenderemo per le strade, sarà necessario che voi ci siate. Dovete interessarvi del vostro fratello. Forse non scenderete in sciopero. Ma o ci salviamo insieme, o affondiamo insieme.
Mettiamo in pratica una sorta di altruismo pericoloso. Un giorno un uomo andò da Gesù; gli voleva porre alcune domande su alcune questioni fondamentali della vita. A un certo punto volle mettere in imbarazzo Gesù e dimostrargli che lui sapeva più di quanto Gesù sapesse, e metterlo in difficoltà. Ora, la sua domanda avrebbe potuto benissimo diventare una discussione filosofico-teologica. Ma Gesù tiro giù immediatamente la domanda da mezz’aria, e la collocò ad una curva pericolosa sulla strada tra Gerusalemme e Gerico. E parlò di un certo uomo che era stato assalito da alcuni ladri. Vi ricorderete che un levita e un sacerdote gli passarono vicino dall’altra parte della strada. Non si fermarono ad aiutarlo. E alla fine passò un uomo di un’altra razza. Scese dalla sua bestia e decise di non mostrare la sua pietà per procura, ma direttamente, e soccorse ed aiutò l’uomo che aveva bisogno di lui. Gesù concluse dicendo che costui era un uomo buono, era un uomo grande, perché aveva avuto la capacità di proiettare l’«io» nel «tu» e di sentire compassione per il suo fratello. Ora, come sapete, cerchiamo spesso di immaginare perché il sacerdote e il levita non si fermarono. A volte diciamo che dovevano andare in chiesa ad una assemblea importante e che dovevano andare fino a Gerusalemme e che non volevano arrivare in ritardo. Altre volte argomentiamo che esisteva una norma secondo la quale «una persona impegnata in cerimonie religiose non poteva toccare un corpo umano a partire da ventiquattro ore prima della cerimonia stessa». E certe volte invece incominciamo a chiederci se per caso non stessero andando a Gerusalemme o a Gerico per organizzare un comitato per il miglioramento della viabilità. E’ possibile. Forse ritenevano meglio affrontare il problema alla sua radice, piuttosto che lasciarsi impantanare in un caso di spicciolo impegno individuale.
Ma voglio dirvi quello che mi dice la mia immaginazione. E’ ben possibile che questi uomini avessero paura. Bisogna capire che la strada di Gerico è pericolosa. Ricordo quando mia moglie ed io andammo la prima volta a Gerusalemme. Affittiamo un’automobile e andammo da Gerusalemme fino a Gerico. E non appena ci trovammo per strada dissi a mia moglie: «Capisco adesso perché Gesù abbia usato questa strada per la sua parabola. E’ una strada tortuosa, piena di curve. E’ proprio un invito ai predoni. Partì da Gerusalemme, che è circa 1200 miglia, anzi a 1200 piedi sul livello del mare. E prima di arrivare a Gerico, quindici o venti minuti dopo, ti trovi a 2200 piedi sotto il livello del mare. E’ una strada pericolosa. Al tempo di Gesù si era guadagnata il nome di «la via del sangue». E dovete sapere che è possibile che il sacerdote e il levita gettassero lo sguardo verso l’uomo sulla strada e si chiedessero se i banditi si trovassero ancora nelle vicinanze. Oppure è possibile che ritenessero che l’uomo steso a terra stesse solo fingendo. Che stesse comportandosi come uno che fosse stato derubato e ferito così da attirarli e intrappolarli e derubarli senza troppi problemi. E quindi la prima domanda che il levita si pose fu: «Se mi fermo ad aiutare quest’uomo, a me che cosa succederà?». Ma si accostò il buon samaritano. E lui capovolse la domanda: «Se non mi fermo ad aiutare quest’uomo, che cosa succederà a lui?».
E’ questa la domanda che sta davanti a voi questa sera. Non «Se mi fermo ad aiutare i lavoratori della nettezza urbana, non avrò più il tempo che devo dedicare ogni giorno ed ogni settimana alla mia funzione di pastore». La domanda non è: «Se mi fermo ad aiutare quest’uomo che ne ha bisogno, che cosa succederà a me?». «Se non mi fermo ad aiutare i lavoratori della nettezza urbana, che cosa succederà a loro?». Questa è la domanda.
Leviamoci in piedi, questa sera, con maggiore prontezza. Restiamo in piedi con maggiore determinazione. E procediamo in queste giornate così importanti, in queste giornate di sfida perché l’America sia quello che dovrebbe essere. Abbiamo l’opportunità di fare dell’America un paese migliore. E, ancora una volta, voglio ringraziare il Signore per avermi permesso di essere qui con voi.
Dovete sapere che un certo numero di anni fa mi trovavo a New York a firmare il primo libro che avevo scritto. E mentre me ne stavo là a scrivere il mio autografo, mi si accostò una donna negra fuori di sé. La sola domanda che le udii pronunciare fu: «E’ lei Martin Luther King?».
Io avevo gli occhi bassi sul libro mentre scrivevo e risposi di sì. E un attimo dopo sentii qualcosa che mi pulsava in petto. Prima che ne fossi consapevole ero stato pugnalato da questa donna. Mi portarono in fretta e furia allo Harlem Hospital. Era un buio sabato pomeriggio. E la lama era penetrata ben dentro, e ai raggi x si vide che la punta della lama era proprio a contatto della mia aorta, l’arteria principale. E se questa viene perforata, uno annega nel suo stesso sangue, è la fine. Venne pubblicato sul “New York Times” del mattino dopo che se avessi anche solo starnutito sarei morto. Bene, circa quattro giorni dopo l’operazione, quando era stato aperto il torace, e tolta la lama, mi permisero di circolare per l’ospedale su una sedia a rotelle. Mi permisero di leggere parte della posta che arrivava da tutti gli stati, e da tutto il mondo mi giunsero lettere gentili. Ne lessi alcune, ma ce n’è una che non dimenticherò mai. Ne avevo ricevuta una dal Presidente e dal vice Presidente. Ho dimenticato che cosa dicessero quei telegrammi. Avevo ricevuto una visita e una lettera del Governatore di New York, ma ho dimenticato quello che la lettera diceva. Ma ci fu un’altra lettera che veniva da una bambina, una ragazzina che studiava alla White Plains High School e guardai quella lettera e non la dimenticherò più. Diceva semplicemente: «Anche se non dovrebbe avere importanza, vorrei solo dire che sono una ragazza bianca. Ho letto sul giornale della tua disgrazia, e della tua sofferenza. E ho letto che se avessi starnutito, saresti morto. E voglio solo scriverti che sono molto contenta che tu non abbia starnutito».
E stasera voglio dirvi che sono felice di non avere starnutito. Perché se lo avessi fatto non sarei stato qui nel 1960, quando gli studenti di tutto il Sud incominciarono il loro sit-in nei ristoranti. E io sapevo che mentre stavano seduti inerti nei loro sit-in, stavano in realtà marciando per il sogno americano. E riportavano l’intera nazione a quelle fonti della democrazia che erano state messe allo scoperto dai Padri Fondatori nella Dichiarazione di Indipendenza e nella Costituzione. Se avessi starnutito, non avrei vissuto nel 1962 quando i negri di Albany, in Georgia, decisero di alzare la schiena. E ogni volta che gli uomini e le donne alzano la schiena ottengono qualcosa, perché non si sale in groppa ad uno che sta in piedi. Se avessi starnutito non avrei visto il 1963, quando i negri di Birmingham, in Alabama, risvegliarono la coscienza di questo paese, e fecero applicare la Dichiarazione dei Diritti Civili. Se avessi starnutito, non avrei avuto la possibilità, nell’agosto di quello stesso anno, di raccontare all’America il sogno che avevo fatto. Se avessi starnutito non avrei potuto vedere il grande sommovimento di Selma, in Alabama. Se avessi starnutito, non sarei stato qui a Memphis e non avrei visto il sostegno della comunità a questi fratelli e sorelle che soffrono. Sono molto felice di non aver starnutito.
Mi dicevano che adesso non importa più. Ed è vero, ora non importa più. Ho lasciato Atlanta questa mattina, e mentre eravamo pronti sull’aereo, eravamo in sei, il pilota ha detto all’altoparlante: «Ci scusiamo del ritardo, ma abbiamo a bordo il dottor Martin Luther King. E per essere sicuri che tutti i bagagli fossero controllati adeguatamente e per accertarci che non ci fossero guasti o inconvenienti all’aereo, abbiamo dovuto controllare tutto con grande attenzione. E abbiamo tenuto sotto controllo l’aereo per tutta la notte».
E poi sono arrivato a Memphis. E qualcuno ha cominciato a riferirmi delle minacce, a parlare delle minacce che erano state fatte. Che cosa mi potrebbe venire da qualcuno di questi nostri fratelli bianchi?
Bene, non so ora che cosa accadrà. Abbiamo dei giorni difficili davanti a noi. Ma ora non importa. Perché sono stato sulla cima della montagna. E non mi interessa. Come tutti vorrei vivere una lunga vita. La longevità ha la sua importanza. Ma questo, adesso, non mi interessa. Voglio solo fare il volere di Dio. E Dio mi ha permesso di salire sulla montagna. E di là ho guardato. E ho visto la Terra Promessa. Forse non ci arriverò insieme a voi. Ma voglio che questa sera voi sappiate che noi, come popolo, arriveremo alla Terra Promessa. E questa sera sono felice. Non ho paura di nulla. Non ho paura di alcun uomo. I miei occhi hanno visto la gloria del Signore che viene.

Discorso pronunciato il 3 aprile 1968, vigilia del suo assassinio, nel Mason Temple, a Memphis.

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