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Nel 1922 veniva pubblicato “Eugenetica e altri malanni” di G. K.Chesterton. Allora l’eugenetica era ai primi passi perché mancavano ancora tante acquisizioni successive sul DNA, infatti si suggeriva di non far sposare persone con una certa malattia fra di loro, o persone che avessero tra i parenti qualcuno con una certa malattia. Ultimamente però, grazie alle scoperte scientifiche abbiamo allegramente recuperato raffinando i metodi di individuazione delle tare genetiche. Ma una cosa accomuna i vecchi metodi eugenisti a quelli moderni: si elimina il portatore del difetto genetico, non il gene difettoso. Un esempio. Pochi anni fa la Danimarca ha annunciato fiera di aver cominciato il programma per eliminare la sindrome di Down dal suo territorio. Come fanno? Uccidendo tutti coloro che hanno nel corredo genetico il terzo cromosoma 21. E non mi dite che non sono persone vive perché si trattava di embrioni. Come può una cosa non vivente diventare all’improvviso viva, come può un non essere umano all’improvviso diventare umano? O sei vivo o non lo sei, o sei un essere umano o non lo sei. Tertium non datur.

Nel libro di Chesterton ho sottolineato diversi passaggi. Uno di essi, pagg. 97-98, recita:

Gli eugenisti probabilmente risponderebbero a tutti i miei esempi citando il caso di matrimoni con persone di famiglie affette da tisi (o da altre malattie presumibilmente ereditarie), e domandando se almeno in questi casi non sia chiaramente opportuno un intervento eugenetico. Permettetemi di far loro osservare che ancora una volta hanno idee confuse. La malattia o la salute di un tisico può essere una cosa chiara e calcolabile. La felicità o l’infelicità di un tisico è tutt’altra cosa, e non è calcolabile affatto. Che senso ha dire alla gente che se si sposa per amore rischia di essere punita mettendo al mondo un Keats o uno Stevenson? Keats morì giovane; ma godette in un minuto più di un eugenista in un mese. Stevenson soffriva di tubercolosi; e per quanto ne so un occhio eugenico avrebbe forse percepito tale circostanza già da una generazione prima. Ma chi eseguirebbe questa operazione illegale, di impedire la nascita di Stevenson? Intercettare una lettera traboccante di buone notizie, confiscare un canestro pieno di doni e di premi, rovesciare in mare torrenti di vino inebriante. Sono pallide immagini di un intervento eugenico degli antenati di Stevenson. Il punto essenziale, tuttavia, non è questo, con Stevenson non si tratta semplicemente del piacere che dà a noi, ma del piacere che ebbe lui. Anche se fosse morto senza scrivere una riga, avrebbe goduto gioie più ardenti di quante sono concesse alla maggior parte degli uomini.

Malattia ed infelicità, così come salute e felicità sono sicuramente collegate, ma non sono vincolate fra di loro da una corrispondenza biunivoca. Piuttosto l’argomento “è malato perciò sarà infelice” è stato usato per introdurre l’aborto nelle legislazioni. Quello che non è stato previsto – il diavolo fa le pentole ma non i coperchi – che man mano il setaccio attraverso cui passare per essere ammessi alla vita diventa sempre più fino, fino a non ammettere neanche persone con difetti congeniti perfettamente curabili come il labbro leporino. Non basta, il setaccio si fa stretto anche per il fine vita. Se l’eutanasia è stata introdotta con l’argomento “nessuno vorrebbe soffrire così”, adesso gli anziani in Belgio hanno paura di andare in ospedale anche per malattie banali e c’è chi già teorizza l’eliminazione di costoro: troppo costosi per lo stato. Attenti, voi che avete la fortuna di essere nati, un giorno, forse, invecchierete.

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