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E infine bisogna considerare che l’ordine della giustizia richiede che sia inflitta una pena per il peccato. Nei giudizi umani infatti, si vede che le ingiustizie sono ricondotte alla giustizia quando, a colui che ha ricevuto beni altrui più del dovuto, il giudice sottrae ciò che questi possiede in eccesso e lo dà a colui che ne aveva meno. Nello stesso modo, chiunque pecca è indulgente più del dovuto verso la propria volontà: infatti, per soddisfare la propria volontà, trasgredisce l’ordine della ragione e della legge divina. Dunque, per ristabilire l’ordine della giustizia, è necessario sottrarre alla volontà [parte] di ciò che vuole: questo è quanto avviene quando qualcuno è punito o attraverso la sottrazione di beni che vorrebbe aver o infliggendogli mali che non vorrebbe sopportare.

Questa reintegrazione della giustizia attraverso la pena avviene per volontà di colui che è punito quando è lui stesso ad attribuirsi la pena per reintegrare la giustizia; quando, invece, avviene per forza, allora non è lui stesso a ristabilire la giustizia, ma la giustizia si compie in lui.

Ora, tutto il genere umano era soggetto al peccato. Dunque, per ricondurlo allo stato di giustizia, era necessario che intervenisse una pena che l’uomo stesso si assumesse per ristabilire l’ordine della giustizia divina. Ma nessun uomo era tanto puro da poter soddisfare sufficientemente Dio assumendo volontariamente una pena sia per il peccato proprio sia per quello di tutti. Infatti, quando un uomo pecca, trasgredisce la legge di Dio, e così arreca in sé un’offesa a Dio che è maestà infinita. Ora, l’offesa è tanto più grande quanto più grande è colui verso la quale è commessa: infatti appare manifesto che è offesa maggiore percuotere un soldato piuttosto che un contadino; e [l’offesa è ancora maggiore] se si tratta di un re o di un principe. Perciò il peccato commesso contro la legge di Dio [rappresenta] in un certo qual modo un’offesa infinita.

S. Tommaso, Contra Saracenos 7

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