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Le cose sono come se, in ogni conoscenza, gli oggetti che parevano farsi avanti in chiarità contemplativa, quando ci facciamo loro dappresso, si velassero d’improvviso cosicché alla coscienza vengono sempre dati assieme ad un «residuo» che si sposta e si sprofonda a misura che ci proponiamo di afferrarlo, quasi volesse eludere la stretta in cui lo teniamo. A questo modo la filosofia pare compiersi nell’accettazione rassegnata di un limite, di un limite però che resta aperto e rivolto in alto. Le cose stanno ancora, come se il fondo di realtà che ci è accessibile in un saldo tessuto di conoscenze, ad un certo momento ci si rivelasse essere senza fondo; come se il giro dei nostri concetti, invece di conchiudersi si aprisse in spiraglio verso un orizzonte nuovo, più vasto, più elevato al quale occorra portarsi. L’aspirazione religiosa è già in possesso della certezza di tale orizzonte superiore, ne conosce la struttura e il contenuto e ne assicura la possibilità del conseguimento. Il filosofo che accetta la religione, si pone nella possibilità di quella «altior philosophia» che sarà veramente conclusiva.

Volendo esprimere con una formula quanto intendiamo di suggerire diremo: la filosofia, che nel suo svolgersi converte i fatti della coscienza spontanea in problemi e i problemi converte poi in soluzioni, giunta al limite avverte dovunque il «mistero». Le soluzioni, senza tornare indietro alla problematicità iniziale, annunziano una problematicità più radicale, che non dà l’incubo della| prima, ma che piuttosto si stende sull’animo con un riposante senso di pace e di attesa. Brevemente: il razionale, che succede all’effettuale della natura e della storia, rimanda al soprarazionale che è il «mistero». In questo senso, tutto è mistero, dappertutto è mistero.

C. Fabro, Problemi dell’Esistenzialismo, A.V.E., Roma 1945.

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