«Mettersi in rapporto con Dio, essere davvero religiosi senza portare una ferita, confesso che mi è inesplicabile. Poter dire in rapporto a Dio:… io voglio fino a un certo punto entrare in rapporto con Te; io Ti posso concedere un posto di sentimento e poi basta. Io non voglio essere uno spettacolo per il mondo…, come dovrebbe essere il vero religioso perché il rapporto a Te lo ha reso eterogeneo con questa vita. Io voglio invece vivere sano e forte in questo mondo; voglio essere un uomo completo in senso mondano; e poi nel mio intimo conservare tuttavia un sentimento per Te… No, questo non è possibile, perché colui che si mette veramente in rapporto con Dio, è subito marcato: egli zoppica, come si dice, ed ha in ogni modo la eterogeneità di sofferenza in questa vita. Ma un altro modo di mettersi in rapporto con Dio è anche impossibile; perché Dio stesso è per noi proprio questo come noi ci mettiamo in rapporto con Lui. Nell’àmbito delle realtà sensibili ed esteriori l’oggetto è qualcosa d’altro dal modo: ci son parecchi modi… ed un uomo riesce forse a trovare un modo più indovinato, ecc. In rapporto a Dio il come è il che cosa. Colui che non si mette in rapporto nel modo dell’abbandono assoluto, non si mette in rapporto con Dio. Rispetto a Dio non ci si può mettere “fino a un certo punto”…; perché Dio è proprio la negazione di tutto ciò ch’è “fino a un certo punto”»

S. Kierkegaard, Diario 1850, X2 A 644; trad. it., t. II, p. 372.

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