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Il significato storico di una filosofia non è però quello di una scienza, di un’invenzione nel campo della tecnica od anche di un nuovo indirizzo nell’arte, dove l’uomo esce da sé per trovare il mondo, per dominarlo o per fingerlo; ove quindi l’uomo stesso e il suo oggetto si pongono all’inizio come saldo punto di partenza e di convergenza del suo cercare. Nella filosofia invece è l’uomo come tale che è messo e si mette in questione, è del suo essere che egli va in cerca; non perché non sappia o non avverta di averne uno, ma perché dell’essere che ha e di cui vive l’esistenza egli non ha visto la nascita e non conosce la fine. Nascita e fine che mentre contengono i termini del tempo e dell’esistenza, attingono, per l’uomo pensoso del suo esito, l’essenza stessa del suo essere. Ed è di questa essenza che va in cerca la filosofia, che l’uomo scandaglia a traverso le filosofie. Mentre quindi nel viaggio all’estero che l’uomo fa nelle scienze, nella storia e nell’arte, accanto al verosimile e al conveniente, si dà e si può stabilire l’assolutamente falso e l’assolutamente vero una volta per sempre: in quel viaggio all’interno o in quell’esplorazione nel profondo che l’uomo fa filosofando, non ci può essere mai l’assolutamente falso e neppure il tutto esaurito della verità, almeno come conquista chiusa e incontrastata. L’assolutamente falso, del tipo per es. della teoria del flogisto nella storia della chimica e delle genealogie mitiche nella preistoria dei popoli, non è possibile in filosofia, non è stato mai possibile né lo sarà. E ciò vale tanto per l’inizio del filosofare come per la sua fine o conclusione: l’uomo non può cominciare a filosofare se non in virtù di un’evidenza auspicata della verità, di una verità che si apre col suo stesso essere; non può finire se non in virtù di un’evidenza che si chiude dentro di sé, di un’evidenza che s’illumina dentro il suo essere. Quel che si vuole rilevare, in quest’osservazione – che esigerebbe uno sviluppo più adeguato – non è tanto il fatto arcinoto che ogni filosofia contiene qualche lato di verità, né l’altro fatto che di filosofie vere non ve n’è che una; quanto da una parte l’esigenza e la certezza insita alla filosofia, ad ogni filosofia come tale, di orientarsi verso la verità fin dal suo punto di partenza, e dall’altra che alla fine di ogni filosofia, proprio in quanto filosofia, deve confessare di aver lasciato fuori qualcosa, qualche brandello dell’essere che altre filosofie o altre prospettive sull’essere in generale e sull’essere dell’uomo in particolare invece raccolgono per iniziare un nuovo cammino e per finire alla loro volta anche esse – adottando un altro tipo o altre dimensioni di analisi ontologica – con lasciar fuori.

C. Fabro, Tra Kierkegaard e Marx. Per una definizione dell’esistenza, EDIVI, Segni 2010

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