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Tante volte ho sentito le lamentele riguardo la predicazione della Chiesa cattolica, soprattutto in tempi passati come nell’ormai mitico Medio Evo (epoca cui si fa risalire l’origine di qualunque cosa identificata come turpe) contro le feste, i divertimenti ed i piaceri, negati come infernali e sostituiti da penitenze e digiuni.

Poi invece leggi autori che conoscono il lato protestante del cristianesimo e li si sente lodare (o vituperare) il lato godereccio dei paesi cattolici. C’è qualcosa che non quadra. Forse i richiami dei religiosi non vengono ascoltati, ma allora dov’è il preponderante dominio della Chiesa nei nostri paesi? O questi religiosi predicano bene ma razzolano male (altra accusa classica). O c’è dell’altro?

Esiste una tematica nella predicazione cristiana, che risale già alla Scrittura e ai padri della Chiesa, che forse ci può aiutare a dirimere la questione. Noi viviamo in un territorio occupato dal nemico (il “principe di questo mondo” cfr. Lc 4, 4-8 e //; Gv 12, 31; 16, 11). Avete presente l’Europa durante la seconda guerra mondiale? Quando gli Alleati sono sbarcati in Francia o in Italia, i generali non hanno detto alla truppa “beh, siete in Francia/Italia, terra del buon vino, dei salumi, dei formaggi, luoghi romantici, ora siamo sbarcati, il più è fatto, godiamocela”. No. Il territorio era ancora in mano ai nazisti e bisognava ancora combattere. Solo man mano che i territori venivano liberati e il fronte arretrava sempre di più ci si poteva concedere i primi piaceri.

Lo stesso è nella vita spirituale. Laddove il territorio è ancora in mano al nemico, ovvero i nostri sensi, segnati dalla concupiscenza (cfr CCC 400 – 409), dominano sull’anima e l’uomo non è cristificato, i piaceri possono solo allontanarci da Dio e per purificarsi l’uomo ha bisogno dell’ascesi. Ma dove c’è la presenza salvifica di Gesù nessuna festa può farci male, anzi, diventa il segno della vittoria (Mt 9, 14-15). Pensiamo alla partecipazione di Gesù nelle feste e nei pranzi. Egli santificava il tempo ed il cibo. E il suo intervento era segno – anticipato – della vittoria sul male.

I cristiani vivono il tempo del già e non ancora. Già redenti, ma in attesa del compimento. Possono gioire, ma sono ancora nel pianto. Hanno bisogno di disciplinarsi perché nell’anima è soggetta ancora alla concupiscenza, ma possono celebrare i primi vespri della Domenica senza tramonto che è ormai vicina. Ma in che modo festeggiare senza peccare? All’ombra dei sacramenti. Sono convinta che siano stati questi segni concreti ed efficaci della grazia divina ad aver protetto l’idea ed il gusto della festa in noi popoli cattolici. Proprio per il loro essere materiali e spirituali insieme, i sacramenti hanno fatto in modo che si instaurasse l’idea che la materia, ma anche il tempo e le feste, potessero essere santificati. Essi fanno parte della teologia dell’Incarnazione che è uno dei due dogmi principali cristiani, cui si collegano tutti gli altri (l’altro è quello della Trinità).

La frase di Elio “e ricordo ai soliti furbini: niente messa niente castagnata” (da Born to be Abramo) non è solo una battuta, è la verità.

“Viviamo in un territorio occupato dal nemico: ecco cos’è questo mondo. Il Cristianesimo è la storia di come il re legittimo è sbarcato – sbarcato, potremmo dire in incognito – e ci chiama tutti a partecipare a una grande campagna di sabotaggio. Quando andiamo in Chiesa, andiamo in realtà ad ascoltare la radio clandestina dei nostri amici”. (C. S. Lewis, il cristianesimo così com’è)

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