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Quando si parla di Creazione e del racconto biblico in particolare bisogna andarci coi piedi di piombo perché il terreno è infido. Si può cadere nelle sabbie mobili del letteralismo, si può sbagliare strada con lo scientismo, o fare i salti mortali col concordismo. Il primo rischio è quello dei credenti poco formati (o dei fondamentalisti americani): sta scritto nella Bibbia = l’ha detto Dio = è vero (nel senso cronachistico del termine). Il secondo è quello opposto dei non credenti poco formati: la scienza ha dimostrato che l’universo è nato col Big Bang, la Bibbia dice cose scientificamente inesatte = la Bibbia sbaglia = Dio non esiste (o esiste quello che immagino io). Il terzo rischio è più sottile. Chi sostiene il concordismo (nelle sue molte varianti), in genere, è una persona credente e colta. Vuol dimostrare che tra Bibbia e scienza non c’è contraddizione (vero) ma col modo sbagliato: quello che la scienza dice lo afferma anche la Bibbia, a modo suo (falso) perché Dio è verità e due verità non si possono contraddire fra di loro (vero). Prendo in esame il concordismo con questo articolo preso dal sito del Centro di Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede. N.B. i corsivi in grassetto sono miei. P.S. visitatelo il sito del DISF, è un’ottima fonte.

Il terreno sotto i piedi… ovvero la ricerca di un fondamento

Luglio 2003

Ai nostri giorni il riaffiorare delle tematiche religiose, pur non senza gravi distorsioni, contemporaneamente al nascere in modo serio di numerosi interrogativi in ambito scientifico, ripropone in termini completamente nuovi il problema del dialogo tra scienza e fede, o più precisamente, del dialogo tra scienze e teologia come discipline. La questione che sta emergendo è la “scoperta” del fatto che il vero problema non è tanto quello del “dialogo” , ma quello di un terreno sul quale poggiare i piedi…, o fuor di metafora, il “problema dei fondamenti”.

Su quale base scienza e teologia possono e devono confrontarsi e collaborare? Il semplice confronto — più o meno antagonisticamente concepito — tra scienza e teologia, sui loro rispettivi e ben distinti terreni, sembra poter, oggi, essere superato verso una vera e propria collaborazione su un terreno di lavoro comune, atto ad offrire alcuni fondamenti metodologici alla scienza come alla teologia sistematica.

Tra i diversi metodi del confronto tra la scienza e la teologia, che occorre assai probabilmente superare perché ormai inadeguati, vi è un primo modo — quello più ingenuo che, pur essendo spesso criticato, ancora viene, di fatto, seguito come fosse del tutto corretto, sia da coloro che si schierano a favore della fede e della teologia che da quanti ne vogliono dimostrare l’inconsistenza — è quello del concordismo. Il concordismo può assumere diverse forme, più o meno sofisticate, ma nella sua sostanza consiste nel tentativo di stabilire delle corrispondenze automatiche e tra le affermazioni di alcune teorie scientifiche e le affermazioni contenute nella rivelazione biblica, o in altre tradizioni religiose scritte, o anche, all’opposto, nelle tesi ateistiche. È ormai classico l’accostamento-identificazione tra il big-bang della cosmologia scientifica e il fiat lux biblico, per citare solo un esempio. È certamente suggestivo, spontaneo, tentare degli accostamenti di questo tipo, ma non si può sostenere di averne dimostrato la correttezza, se non altro perché non si dispone di un terreno sul quale poggiarsi per condurre una tale dimostrazione.

Inevitabilmente, oltre alle questioni sul metodo con cui attuare il confronto, si aggiungono spesso, anche ulteriori complicazioni dovute ad una inadeguata conoscenza delle teorie scientifiche da parte di filosofi e teologi, da una parte, come ad un uso assolutamente erroneo della terminologia teologica da parte di taluni scienziati. Per fare solo un esempio si equivoca sul termine creazione intendendo, meccanicisticamente, la creazione come un semplice “avvio” della macchina dell’universo, pensando che se l’universo fosse privo di un’origine nel tempo non occorrerebbe alcuna creazione e quindi sarebbe inutile l’azione e l’esistenza stessa di Dio. Inoltre si identifica spesso ciò che i fisici chiamano “vuoto” con ciò che filosofi e teologi chiamano “nulla”. Tutto ciò ha portato anche scienziati di fama internazionale a sostenere la tesi estremamente superficiale secondo la quale i modelli di universo aventi la loro “origine” in una fluttuazione quantistica del vuoto siano per questo emersi “dal nulla”, e dunque escludano la presenza di un Creatore. In ogni caso, nel corso della storia, questo tentativo concordista, di fatto, non ha mai dato dei buoni risultati: anzitutto perché è quasi sempre viziato metodologicamente, in quanto è guidato troppo spesso da una pregiudiziale ideologica: quella di voler provare una tesi, teista o ateista, già assunta aprioristicamente, strumentalizzando in qualche modo sia la scienza che il contenuto della rivelazione; secondariamente perché sia le teorie scientifiche che i metodi dell’ermeneutica scritturistica, essendo ipotetici, evolvono, lasciando le tesi concordiste, quindi, sempre nella precarietà.

È, dunque, necessario un terreno più rigoroso per un confronto, che non dia troppo spazio ai preconcetti, ma si fondi su di una razionalità dimostrativa. Pare, a questo proposito, di poter rinvenire, in alcune delle problematiche epistemologiche emergenti dalle ricerche scientifiche più recenti, alcune linee sulla base delle quali scienza, filosofia e teologia, più che cercare punti di accordo, possano e debbano collaborare, ciascuna con il proprio metodo, alla costruzione di un’epistemologia, di una logica, e di un’assiomatica ampliate, che sia scienza che teologia possano utilizzare come base comune per le loro dimostrazioni. Per quanto riguarda il mondo della scienza, anzitutto muovendosi sul terreno del problema dei fondamenti delle sue teorie; per quanto riguarda il mondo della filosofia e della teologia, muovendosi alla ricerca di una rinnovata sistematicità, basata su metodi dimostrativi, per quanto possibile, oltre che descrittivi. Una dilatazione della razionalità scientifica, dunque, che superi in certo modo lo schema univoco delle matematiche e delle scienze galileiane — senza ben inteso escludere queste ultime — aprendosi a quell’approccio analogico che per un’autentica filosofia e una teologia sistematica è sempre stato fondamentale e che esse sono in grado, con il loro linguaggio, di formulare in modo più rigoroso. Oggi questo modo di procedere sembra meno remoto di qualche decina di anni fa, soprattutto da parte di alcuni settori delle scienze che stanno rivedendo profondamente il loro modo di procedere, spinte da un’esigenza intrinseca di maturazione. Stiamo assistendo ad un graduale accostarsi delle scienze a problematiche che sono, in senso proprio, ontologiche e che devono essere affrontate con metodi dimostrativi e non appena descrittivi e con un linguaggio che possa essere riconoscibile come scientifico.

Una seconda via, intrapresa in passato, oggi da superare, che del concordismo non è che il rovescio della medaglia, è quella che istituisce un assoluto parallelismo (altri dicono indipendenza) tra scienza e teologia, considerate come due binari senza possibilità alcuna di incontro e quindi di accordo, o di conflitto. È la scelta, in apparenza, più comoda per evitare il ripetersi di spiacevoli incidenti che segnino ulteriormente la storia dopo la questione galileiana. Si afferma che le discipline hanno metodi diversi (e questo è vero, per cui godono di una reciproca autonomia) e sono tra loro “incommensurabili” (e questo non è corretto perché esistono pure degli aspetti fondativi comuni), quindi le loro conclusioni non devono essere raffrontate. È giusta, l’affermazione di un’autonomia di metodo, ma non è forse eccessiva l’affermazione della totale incommensurabilità? Non si rischia di appoggiarsi alla dottrina della doppia verità e quindi di nessuna verità? Un modo di procedere che si accorda facilmente con il relativismo filosofico odierno. La conseguenza è necessariamente la negazione di ogni valore conoscitivo sia alla conoscenza scientifica che a quella teologica, è lo strumentalismo assoluto. In questo caso il confronto è escluso a priori.

La novità che oggi appare con maggiore evidenza, sembra risiedere nel fatto che le stesse scienze logiche, matematiche, informatiche, fisiche e chimiche, per non parlare di quelle biologiche, sembrano richiedere dei fondamenti più ampi, ma non per questo meno rigorosi, per poter affrontare i loro stessi oggetti, via via più complessi e strutturati. In particolare appare del tutto insufficiente quell’epistemologia riduzionistica che, nella linea delle scienze sperimentali, vuole la biologia ricondotta ultimamente alla chimica, la chimica alla fisica. Nella linea delle scienze formali già con la pubblicazione dei teoremi di Gödel questa insufficienza era stata dimostrata in ordine al progetto di Russell e Whitehead di ridurre l’aritmetica alla logica.

Il problema principale, allora, non appare più essere tanto quello della conquista di un predominio delle scienze sulla teologia, o viceversa, né quello della difesa del proprio terreno, quanto quello dell’identificazione di un terreno comune, di una sorta di alfabeto comune sul quale costruire insieme una meta-scienza fondante sia per le scienze che per la teologia. Il problema è dunque quello di una messa a punto dimostrativa dei fondamenti ontologici delle scienze. È un problema filosofico al quale oggi sono le scienze ad essere arrivate dal loro interno.

Problemi antichi oggi scoperti come nuovi, con nuovi linguaggi e nuovi strumenti. Per questo non è privo di interesse il confronto con i grandi pensatori greci e medioevali.

La documentazione offerta in queste pagine Web su questi temi è ampia, sia nel campo moderno che in quello antico, e c’è da augurarsi che possa servire anche a stimolare la ricerca su una questione che, alla fin fine, non riguarda appena la scienza e la teologia, ma la razionalità in quanto tale e le conseguenze pratiche che da essa derivano, nella cultura e nella convivenza umana.

Alberto Strumia
Dipartimento di Matematica
Università di Bari

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