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È l’ultima domanda dell’esame che ho appena sostenuto. Bella domanda. Vai a dare un esame intitolato “Temi di teologia biblica II” e ti auguri che la materia che hai studiato tanto almeno esista!

Ovviamente la domanda ha senso ed ha una risposta. Un’ottima risposta. Che io ho farfugliato. Poi mi sono ripresa e nel dirla ho capito tante cose.

Innanzitutto lo studio della Bibbia è ancora in evoluzione e forse lo sarà per sempre. Cose che ho studiato 20 anni fa e che mi venivano proposte per assodate oggi sono molto ridimensionate. Mi riferisco, ad esempio, alla teoria delle quattro fonti per il Pentateuco o a quella della fonte Q per il Nuovo Testamento. Testi che venivano dati per posteriori sono diventati anteriori, testi che non sembravano avere nulla di storico sono quasi guide archeologiche… Soprattutto quello che mi ha piacevolmente colpito è stato proprio questo passaggio dal certo alla ricerca. Colpa, o merito, della nostra epoca che ritiene impossibile raggiungere alcuna verità universale, preferendo il frammento al tutto e la specializzazione alla globalità.

Ma non è questo quello che ho capito in quel momento. In quel momento ho realizzato qualcosa che già sapevo e che ha risuonato in me come qualcosa di familiare, conosciuto, vero. Magari vero fino ai prossimi studi, ma per ora va bene così.

Brevard S. Childs (1923-2007) è stato un grande professore di teologia biblica alla Yale dal 1958 al 1999 (!). Ha negato che Mosè abbia scritto il Pentateuco (pensate che scandalo per l’epoca) e che nella Bibbia ci sono tracce di elementi pagani (è incredibile come questo per me è assodato, ma immagino che sconquasso a queste affermazioni).

“Nel rapporto tra storia e teologia Childs tende giustamente a privilegiare la teologia, tentando peraltro di onorare la dimensione storica ma senza riuscirvi del tutto. Lo confessa lui stesso: <<specificatamente nei termini della TB, il maggior problema emerso è: in che modo occuparci al meglio in una riflessione teologica che ha preso sul serio la dimensione storica della fede biblica. Tuttavia è diventato evidente fin dall’inizio dell’impresa che parlare delle radici storiche della fede biblica serve solo ad istruire il problema, non a risolverlo. Infatti, i problemi ermeneutici associati con la comprensione della storia hanno contribuito a rendere la TB schiava della soluzione storica per almeno un secolo…>> Secondo Childs, il legame tra teologia biblica e storia ha reso la TB dipendente, in modo talora acritico, dal metodo storico-critico. Diverse sono state le soluzioni (promessa-compimento, storia della salvezza, storia oggettiva e appropriazione soggettiva, ecc.), ma nessuna di esse è pienamente convincente. L’unità della Bibbia non si trova né nella storia in senso critico né nella religione, ma <<è data dalla fede nella resurrezione di Gesù>>. L’unità è dunque, quella creduta. È in sostanza la soluzione di K. Barth.”  (G. Segalla, Teologia biblica del Nuovo Testamento, ELLEDICI 2006, pag 55)

Insomma una soluzione protestante. Perché secondo me è giusta o comunque valida… perché è vero che la Bibbia è un coacervo di testi dei quali è difficile, se non impossibile trovare un filo conduttore o la verità, se non sei credente. Wikipedia dice: “Per usare un’immagine cara a Thomas Guthrie paragoniamo la Bibbia ad una foresta vergine dove piante e fogliame crescono a profusione in assestato disordine.” Nella Bibbia c’è tutto, sia quello che ci piace (il salmo 23, le Beatitudini…) sia quello che ci sembra assurdo. Infatti una critica comune è “il Dio dell’Antico Testamento è sanguinario”, un’altra è che ci sono leggi arcaiche e crudeli, o che i testi del Nuovo Testamento sono invenzioni tarde (questa però l’hanno detta i protestanti per esaltare il loro “sola fide”, ma dandosi secondo me la zappa sui piedi).

Non voglio dire che le “cose assurde” che si trovano nella Bibbia devono essere accettate per fede: “non capisco, ma questa è la fede, zitto e mosca”. Sono troppo tommasiana per accettare una risposta così. Dico solamente che per cogliere il passaggio di Dio nelle Scritture, ci vuole lo studio (letterario, delle fonti, della storia…), ma anche lo sguardo unitario del credente che sappia seguire amorosamente le tracce del Deus absconditus tra le righe. Eh si, perché anche nella Bibbia Dio si nasconde. Essa è tanto parole d’uomo quanto Parola di Dio. È il campo d’incontro (di battaglia?) dell’umanità col Creatore. Penso alla lotta di Giacobbe con l’angelo, al processo intentato a Dio da Giobbe, al lamento davanti alla morte del giusto re Giosia alla battaglia di Meghiddo (perché Dio fa morire i buoni?).

Per la quantità di testi e tematiche è possibile fare UNA teologia biblica? E poi non ci scordiamo che gli ebrei leggono la stessa Bibbia in modo completamente diverso dai cristiani, i quali a loro volta la leggono in modo differente fra di loro. E ognuno afferma di leggerla correttamente. Io da cattolica dico che la Chiesa di Roma possiede i mezzi giusti per interpretare la Bibbia e trovare in essa la Verità, ma lo dico per fede. In modo ragionevole, non per assurdo, ma sempre fede è.

Almeno spero di aver capito bene e di averlo detto bene. Sennò perché avrei preso 30?

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